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Aggiornamenti come intrusi

19-10-2020

Sto uscendo dal lavoro; manca una decina di minuti al termine del mio orario. Giusto il tempo di chiudere il mio notebook con il documento appena terminato. Una breve sequenza di ALT + F4 per eliminare le finestre di cartella e le applicazioni e poi riporre il tutto nel mio zainetto. Ma… al tentativo di arresto del sistema, la schermata che appare, di tanto in tanto, a segnalare l’installazione di alcuni aggiornamenti evidentemente scaricati in precedenza:

“Preparazione dell’installazione
Non spegnere il computer”

E così, come accade all’improvviso, quando meno te lo aspetti, un update di Windows mi costringe a rimandare l’arresto del sistema. Pazientemente mi siedo e attendo. Nessuna segnalazione di percentuale, solo quelle sciocche stelline a mo’ di prima bandiera americana (era meglio la clessidra…). A un certo punto mi viene segnalato un errore: “riscontrato problema in Windows…” ecc. Innervosito chiudo tutto e me ne vado a casa. Appoggio il mio portatile sul tavolo e lo riapro. La procedura riprende, dopodiché, passata un’altra decina di minuti, il fatidico riavvio che prelude alla ripartenza del sistema operativo. Niente affatto. La schermata nera del POST mi mostra un paio di righe in inglese, poi la videata del BIOS. Il BIOS è intrinsecamente connesso alla macchina e fornisce la base per i dispositivi che compongono qualunque pc. Ma un SO non dovrebbe arrivare a modificare delle impostazioni a basso livello tali da impedire l’avvio. Spazientito, ma senza altra scelta, controllo attentamente tutte le voci di menu. I parametri del BIOS sembrano contenere i giusti argomenti. “save & exit”, ma al successivo bootstrap la situazione non cambia: un paio di linee in inglese su sfondo nero che indicano lento e fallito riconoscimento di componenti, poi mi ritrovo catapultato di nuovo nel BIOS. Mi prendo una pausa, spegnendo bruscamente il portatile col pulsante di accensione. Dopo cinque minuti, schiaccio nuovamente il bottone di accensione e, anche se un po’ lentamente, mi ritrovo nella finestra di login di Windows. Pazzesco e inspiegabile. L’ennesimo aggiornamento Microsoft aveva, per fortuna temporaneamente, causato un problema di riconoscimento dell’hardware. Se la cosa fosse stata definitiva, il mio notebook adesso sarebbe inservibile. Ancora si dibatte sul tema degli aggiornamenti del sistema operativo. È giusto che essi siano installati senza che l’utente abbia il controllo su di essi? Decidere sulla reale utilità degli stessi, conoscere il fine di quell’update; e magari, spostare successivamente l’installazione, quando si ha più tempo da dedicare specificamente alla manutenzione. No, con la scusa di sollevare l’utente da ingerenze tecniche a lui non richieste, si procede automaticamente, spesso interrompendo quello che è il flusso di utilizzo del dispositivo. A questo punto però, non possiamo tirarci indietro, dobbiamo stare lì a seguire il percorso di aggiornamento, vigilando affinché tutto vada per il verso giusto. Che peccato non poter scegliere…

I Chromebook. L’alternativa ai notebook Windows e Mac

9-10-2020

Tra i due litiganti il terzo gode. È proprio il caso di usare questo vecchio adagio come metafora per i nuovi Chromebook. Questi dispositivi, pur se con le loro ovvie limitazioni, si preparano ad aggredire il mercato dei device portatili, spuntando percentuali di vendita ai Macbook e ai classici notebook con Windows 10. Ma che cosa sono e cosa hanno di particolare per insediare un mercato così ben consolidato? Approfittando della forzata tendenza a incentivare la didattica a distanza, queste relativamente nuove macchine si dimostrano più idonee dei classici notebook che tutti conosciamo bene. Perché? Le loro caratteristiche sono leggerezza e lunga autonomia. Questo per vari motivi. Dimensioni ridotte che si estendono nel range 11,6 – 14 pollici per quanto riguarda il display. Il processore è in genere un Pentium a bassa tensione di alimentazione. La memoria varia da 4 a 8 GB. Mentre l’archiviazione è demandata a un ristretto taglio che si aggira sui 64 GB di eMMC. In realtà, lo storage vero e proprio è affidato al cloud, poiché questi device pensano allo stesso modo degli smartphone. Da essi hanno ereditato la compatibilità con le app Android, che consente l’uso di molteplici funzionalità. Grazie a mydocsonline di Google, è possibile l’interscambio con altre piattaforme. Perché, dal punto di vista tecnico, se escludiamo il software del sistema operativo ChromeOS e Android, non possiamo dire lo stesso dei corrispettivi Windows e MacOS. C’è però la possibilità di eseguire applicazione Linux. Naturalmente questa è la fotografia del momento. Chissà in un prossimo futuro se avremo modo di vedere una più estesa compatibilità. Il distanziamento sociale a cui ci ha costretti il Covid-19 ha sicuramente spinto sull’acceleratore dell’insegnamento a distanza. Non è mia intenzione entrare nel campo dell’educazione, lascio volentieri il passo a insegnanti e operatori del settore. Ma lasciatemi dire che, se c’è un’occasione per cercare di non rimandare più l’introduzione della tecnologia nelle scuole, questo è, purtroppo dato il motivo, il caso di prendere la materia con serietà. Le moderne attrezzature informatiche altro non sono che l’interfaccia studente – insegnante di oggi, così come lo è stata da sempre la lavagna e il gesso. I Chromebook nascono già con applicazioni dedicate al comparto dell’istruzione. Con essi è possibile dialogare con i professori, ma anche condividere il proprio studio con gli altri allievi. Naturalmente tutto ciò è fattibile anche sulle piattaforme Windows e Mac. La differenza risiede nell’approccio del sistema operativo, con ridotte funzioni sì, ma più semplice e diretto. Quindi più adatto come strumento posto nel meccanismo dell’insegnamento. Sono in pratica notebook essenziali, in genere con due o una sola porta usb. Schermo ripiegabile touch, che molto si avvicina all’interazione che i ragazzi hanno con i moderni cellulari. Nessuno esclude il passaggio a uno step superiore e quindi l’uso di un portatile tradizionale al raggiungimento delle ultime classi del liceo o dell’Università. Sicuramente un Chromebook rappresenta un buon punto di partenza che porta molto avanti.

Immuni: una app per (far impazzire) tutti

9-10-2020

Tra le strategie di contrasto al Corona virus di quest’anno, si parla tanto di una app che potrebbe aiutarci. Ma è davvero così? Vediamo in pratica luci e ombre di questo software. Cominciamo col dire che dai virologi ai politici, la raccomandazione di installarla, anche se non esiste tutt’ora l’obbligo. Qui si rileva già la prima differenza con la app simile cinese. Se tu vai in Cina, appena sceso dall’aereo devi, dico devi, installare una app di tracciamento del genere. Ma torniamo a Immuni. L’efficacia di questo software è tanto più valida quante più installazioni ci sono. E questo è un dato di fatto, essendo una app fatta per la rilevazione dei positivi al Covid-19. Il meccanismo tiene traccia di tutte le persone con cui si viene in contatto. Non si intende qui il contatto fisico zero distanza, ma quello a pochi metri. I soggetti vengono archiviati nel nostro smartphone in modo anonimo e non in un server remoto. Questo, stando a quanto affermato dagli sviluppatori, a ulteriore tutela della privacy. Ogni utente è contraddistinto da un codice alfanumerico non riconducibile ai suoi dati anagrafici, ma riconoscibile nel database interno, tramite altri cellulari che hanno scaricato la medesima app. Se accade che uno di questi individui diventa positivo, verificato dal classico tampone, gli altri interconnessi nell’archivio saranno avvisati. Tutto questo meccanismo dovrebbe essere tanto più veritiero quante più persone dispongono di questa app. qui si aprono tante considerazioni; a iniziare dall’esame della presenza del virus, con i suoi tempi di attesa, sia per farlo prima, che per avere la risposta dopo. Poi nella sua, seppur minima, fallibilità. A quel punto, i dati devono essere inseriti nel fascicolo sanitario del soggetto. Ma facciamo un ulteriore confronto con il paese orientale. L’app cinese batte il terreno tramite segnale GPS, quindi ad ampio raggio, gestito a livello satellitare. Immuni si serve della tecnologia BLUETOOTH in versione LE, che sta per low energy. A parte il basso consumo, caratteristica sicuramente apprezzabile per un dispositivo che la tiene in funzione h24, ci sono altre due considerazioni. Benché questo tipo di BLUETOOTH abbia di molto ampliato il suo spettro d’azione, la limitazione comune è circoscritta a pochi metri, giusto per rilevare le persone più vicine. Lo scopo può anche essere giusto perché è un’app di tracciamento incrementale, vale a dire che acquisisce dati che arricchiscono continuamente il proprio database. Tenete presente anche un altro fatto: la frequenza di funzionamento di questo segnale è il classico 2,4 Ghz, comune perché utilizzato dalla maggior parte dei dispositivi informatici come mouse e tastiere senza fili o router wireless. Chi ci assicura che questa intersecazione non ostacoli o comunque comprometta l’esatta intercettazione? Senza un’assoluta certezza l’app potrebbe essere tanto utile quanto allarmistica. Inoltre, al crescere dei livelli di contagio, saremo continuamente avvertiti, il che aumenterà in noi quel senso di paura ormai aleggiante nell’aria da questa primavera. Immaginatevi quei grafici con l’interessato al centro e una serie di pallini rossi (i positivi) intorno a lui. Il senso di accerchiamento crescerà all’aumentare del numero di questi simboli. Sarebbe più confortante vedere anche tanti pallini verdi, chi ha fatto il tampone ad esito negativo. Naturalmente non è questo il funzionamento di Immuni. L’app ci avverte che, una persona con cui abbiamo avuto un incontro ravvicinato, è divenuta positiva. Perciò dovremo attenerci al protocollo previsto di isolamento fiduciario e attendere l’operatore ASL per il tampone. Come tante applicazioni, la sua validità sarà accreditata da tutti quei fattori già menzionati, come numero di installazioni e esattezza dei datirilevati. Chissà poi se saranno disponibili delle release di aggiornamento che vadano oltre il suo freddo uso, ma che confortino l’utilizzatore.

Obiettivo digitalizzazione: ma di cosa stiamo parlando?

29-09-2020

Tra i cardini su cui verte il programma del governo attuale, ma su cui hanno detto la loro anche altri in passato, una parola che racchiude molti significati: digitalizzazione. Crrcando di estrarre il succo del significato, si intende la fruizione dei documenti non più nella vecchia modalità cartacea ma in quella elettronica. Spieghiamo meglio. Nell’era informatica i documenti non si scrivono più con la penna, su fogli bianchi, su pagine e pagine che poi sono raccolte in voluminosi raccoglitori, i cosiddetti “faldoni”. Non si usano più scaffalature mastodontiche in legno o ferro, tanto alte da richiedere una scala per arrivare fino all’ultimo piano. La consultazione avveniva cercando tra le scartoffie, a volte ordinate secondo un certo criterio, altre volte, purtroppo, non perfettamente catalogate. Oggi invece i documenti si scrivono con i software di videoscrittura. Il file salvato sul disco è l’equivalente dell’incartamento. Dov’è la differenza, il vantaggio? Il primo salta subito all’occhio; lo spazio. Un archivio cartaceo che occupi una o più stanze di vari metri quadri può stare tranquillamente all’interno di un disco rigido. L’altro vantaggio innegabile è la ricerca dei dati. Immaginiamo di dover trovare informazioni relative a un immobile, quali il nome del notaio che ha stipulato l’atto di vendita, il giorno dell’ultima ristrutturazione, insieme alle varie cartografie, mappe e riferimenti dei geometri coinvolti. Impiegheremo un sacco di tempo a ritrovare tutta questa roba, situata certamente in fascicoli separati. Saremo costretti anche a leggere quasi interamente ogni pagina, con grande stanchezza. E intanto, dopo ogni accesso e anche col tempo, gli incartamenti si deteriorano. Effettuando la stessa operazione tramite terminale tutto è più semplice e veloce. I dati interessati sono rintracciati prontamente, anche incrociati con metodologie avanzate di intercettazione. Inoltre, è anche possibile modificare le informazioni presenti senza dover aggiungere dei fogli volanti che contribuiscono alla difficoltà di reperimento dati. Ma, e qui casca l’asino questo non è un film di fantascienza. Nell’anno 2020 c’è ancora chi scrive con la penna (ahimè qualcuno usa persino il lapis). E prosegue ad accatastare questi foglietti uno sull’altro, nei ripiani dietro alla scrivania. Accade nelle piccole aziende, poco organizzate, o che non dispongono della adeguata strumentazione informatica. Quel che è peggio però, è che questo andazzo non dovrebbe esistere in quegli uffici enormi, che contengono i dati della maggioranza della popolazione. Parlo di Comuni, Agenzia delle Entrate, INPS, ecc. Il fatto che qui voglio raccontare è stato appena scoperto. L’INPS, che dovrebbe avere un sistema informativo a prova di bomba, ha invece tantissima documentazione cartacea nei propri archivi. Proprio oggi si viene a sapere quanti milioni di euro (circa un centinaio) questo ente spende, per spostare carta da un magazzino posto dalla parte opposta dell’Italia. Purtroppo, gli enti statali, come i Ministeri, sono la più pomposa manifestazione di una lenta arretratezza che spinge in senso inverso, per far entrare, il più tardi possibile, la tecnologia. E perché questo comportamento? Ci sono vari fattori: persone poco formate o non inclini all’uso dei mezzi informatici; burocrazia, tanti impedimenti che non consentono l’archiviazione, la concessione o la legalità, di materiale elettronico. Chiaramente tutto questo a vantaggio di tali enti, che mantengono in organico un numero nettamente maggiore di personale che deve lavorare “manualmente” per eseguire le pratiche. Ciò si riflette negativamente verso il popolo. Gli errori, preceduti da ritardi, sono all’ordine del giorno. E come non evitarli? Ci vorrebbe uno scalatore per arrivare a trovare in vetta i documenti giusti… Ma i documenti cartacei, spostati in massa da un magazzino all’altro, rischiando di perderli o danneggiarli irrimediabilmente in un ordine fantozziano… Mega vergogna!!! Qui si prende in giro il cittadino due volte. Non solo si rischiano dati sensibili, ma si sprecano soldi in un’operazione stupida e inutile. Perché non ingaggiare una società, con quei soldi, che elimini, distrugga, totalmente, quelle cartacce, dopo averle archiviate su supporti magnetici o ottici, in plurima copia? Non accetto repliche a questa affermazione. Perché qualunque responsabile potrebbe rispondere dicendo che non si può fare ancora perché non siamo pronti con la tal normativa, o il personale non è ancora formato, o adducendo altre scuse simili. Semplicemente bisogna cambiare tutto quanto è presente nelle risposte giustificative dei dirigenti, solo per il motivo che non si può andare avanti così. La mole delle informazioni e la loro continua richiesta sono tali da non consentire di rimandare oltre un massiccio aggiornamento di tutto il sistema, dalle macchine alle persone. A che vale munirsi adesso di spid, firma digitale e altri dispositivi per l’accesso a servizi erogati al rischio di perdita dati e lungaggini? L’utente può anche effettuare lo sforzo di dotarsi di questi strumenti ma, il loro uso, deve essere agevole ed efficace, in termini di velocità nella ricezione dei documenti e nell’esattezza degli stessi. Ma questo succedeva 35 anni fa, nella serie televisiva “Spazio 1999”. Continueremo a vivere nel sogno di un film?

CIE, TS-CNS, SPID: quanta confusione

26-09-2020

Nella modernità attuale, le carte elettroniche, sotto varie forme, ci consentono di accedere a molti servizi. Ma questa è, nel luogo comune, una frase fatta. Quali sono questi benedetti servizi? Come si ricevono e/o si attivano queste tessere? Il panorama dei dispositivi digitali di riconoscimento è in fermento. Iniziamo dalla fine, giusto per capire perché dovremmo munirci di questa tecnologia. La TS, la classica tessera sanitaria che tutti conosciamo e possediamo, partiamo da questa. Ha ormai rimpiazzato il tesserino del codice fiscale. Negli usi abituali, come quando ci rechiamo in farmacia, il CF viene acquisito con il lettore e riportato sullo scontrino fiscale. Ma possiamo anche abilitarla come CNS, carta nazionale dei servizi. Per farlo, muniti di documento valido di riconoscimento, dobbiamo recarci nelle apposite sedi USL o altri centri servizi demandati. Ci verrà rilasciato un codice per l’utilizzo. Tra i vantaggi a cui è dato di accedere, la consultazione del nostro fascicolo sanitario. E passiamo alla CIE. Detta così, nessuno capisce cos’è. È l’acronimo della comune carta di identità elettronica rilasciata dai Comuni. Anche qui, dopo aver avuto una prima parte del PIN, riceveremo a casa la seconda, con il nuovo documento accluso. Ecco che si aprono altre possibilità di impiego, come la richiesta di documenti alla pubblica amministrazione senza doversi recare fisicamente negli uffici. Tra le novità più sbandierate in questo periodo è lo SPID, abbreviazione che sta per sistema pubblico di identità digitale. Per entrare nel mondo internet dell’INPS, ad esempio, dovremo dotarci di questo che sarà, a breve, l’unica via di accesso. Tale modalità prevede 3 livelli di sicurezza. I primi due sono disponibili per il cittadino comune gratuitamente. In questi casi, non è necessaria una card, l’autenticazione avviene tramite app e codice temporaneo inviato sullo smartphone. Ma sapete come ottenere lo SPID? Non gratuitamente come vi dicono. Il problema è dettato dal riconoscimento del richiedente che è veloce e automatico se fatto da chi è già in possesso di carta TS-CNS, CIE o firma digitale; quindi tutte cose ottenute pagando, considerando che la CIE costa al cittadino oltre 20 euro; La carta sanitaria attivata non ha un costo ma, come per la CIE, occorre un lettore di smart card per poterla utilizzare. Dispositivo a basso prezzo, in genere tra i 15 e i 25 euro. Ma non è gratis. Nel caso non avessimo queste due carte, o un altro codice di servizi come la firma digitale (anch’essa a pagamento), non ci rimane che farsi autenticare recandosi di persona nei centri delegati, con una somma minima che si aggira sui 5€. Insomma, più il sistema è economico, più si rende necessario spostarsi materialmente presso centri autorizzati, con gli ovvi svantaggi: code, perdite di tempo. Se vogliamo la comodità di raggiungere certe funzionalità da casa, possiamo farlo ma muniti di accessori che solitamente non sono compresi insieme con il pc. Aggiungo di più. Per alcune si utilizza un lettore contactless, per altri quello a inserimento. Per la firma digitale, pare serva un lettore di sim card… Insomma, la solita Babele dovuta ai soliti disaccordi di standard o solo l’ennesimo tentativo di imporre il proprio? Il tutto a discapito del cittadino, intimidito e confuso da questi disaccordi. A complicare la questione il fatto che molti servizi attivi con la CIE sono fruibili anche con la CNS, magari ne differisce solo uno o due. Va bene l’infrastruttura informatica a servizio di tutti ma non mi pare siamo partiti col piede giusto. Un invito ai gestori di queste card a unificare le metodologie per la loro richiesta, snellendo un po' le procedure. In più mettersi d’accordo sui supporti. Un unico lettore, abilitato alla lettura di più formati. E decidiamo logicamente la separazione delle assegnazioni dei servizi. Ad es., mi pare logico usare la CIE per ottenere certificazioni dai comuni o da enti locali, mentre riservare alla TS-CNS la lettura del nostro fascicolo sanitario o di quello fiscale.

Windows 7 è morto?

05-09-2020

Avete ancora Windows 7 installato sul vostro pc o notebook? Cavoli vostri... Scusate la franchezza. Per me potreste ancora usare Windows XP. L'interfaccia di questi due ultimi sistemi operativi non era poi male anzi, Windows 10 avrà pure delle migliorie prestazionali. Purtroppo, porta con sé uno stravolgimento dell’interfaccia, tra notifiche e pop-up, spesso totalmente inutili, invasivi o lontani dal nostro modo di lavorare. Qual'è la scelta? Non c'è. Il, diciamo vecchio, Windows 7, non è più supportato da mamma Microsoft dal 14 gennaio di quest'anno. Ciò significa non più aggiornamenti software, tra utilità e fix per falle di sicurezza. Ma non sarete invogliati a migrare verso il nuovo ambiente soltanto per mancanza di funzionalità o problemi di vulnerabilità. L'azienda di Redmond ha ben pensato di ricordarci la fase morente di Windows 7 con un messaggio modale a pieno schermo, che ci invita all’adozione di Windows 10 su un un nuovo pc.
Le uniche due vere giustificazioni a questa costrizione, sono l’acquisto di nuovo hardware e l’imposizione di una nuova interfaccia utente, che poi si traduce in un modo di operare più assistito, appiattendo così la creatività dell’utilizzatore finale, sia esso un semplice e saltuario fruitore della rete che scrive due o tre righe a malapena in Word, o un power user che spreme fino in fondo programmi di video editing e magari si occupa di sviluppo web. Tutta questa guida, che ci dovrebbe accompagnare continuamente nell’uso del nostro dispositivo, globalizza il nostro risultato, rendendolo meno unico. Le manovre da compiere sono molto cambiate rispetto al passato, come i menu, lasciando spazio a molti punti interrogativi. Chissà mai se Microsoft reciterà mai un mea culpa, arretrando un po’ su certe prese di posizione.